Uber Files: di cosa si tratta?

In questi giorni in Italia assistiamo ad una movimentazione portata avanti dai tassisti, che accusano il governo Draghi di aver varato una riforma su misura (il cosiddetto DDL Concorrenza), ora all’esame finale del Parlamento, per favorire il colosso californiano Uber.

E proprio ieri, è stata pubblicata la prima parte di una imponente indagine giornalistica fatta dal consorzio Icij proprio su Uber, chiamata Uber Files, destinata a fare molto rumore, esattamente come i due precedenti famosi pubblicati dallo stesso consorzio, Panama Papers e Pandora Papers. Procediamo con ordine.

Uber: cos’è e come funziona

Prima di essere un servizio, Uber è una società, fondata nel 2009 a San Francisco (USA), che sta diventando sempre più importante proprio grazie a ciò che fornisce dal 2010 in decine di città in tutto il mondo.

Le origini della società Uber ci vengono raccontate  direttamente dal sito istituzionale: durante una nevosa serata a Parigi, nel 2008, Travis Kalanick e Garrett Camp, allora trentenni, non riuscivano a fermare un taxi. Fu così che ebbero un’idea: e se si potesse richiedere una corsa con un click? Nasce così la start up che inizialmente si configurava come una “lifestyle company”, come afferma lo stesso CEO e Co-Founder Travis Kalanick. E ha messo in difficoltà tassisti di tutto il mondo.

Uber è un servizio di trasporto privato su auto con conducente (Nnc), usufruibile attraverso un’applicazione (App) che permette di collegarsi con un semplice click ad una rete di autisti che svolgono la stessa funzione dei taxi, ma in maniera differente sia dal punto di vista del pagamento che del raggiungimento del servizio.

L’applicazione per smartphone è scaricabile gratuitamente ed è disponibile sia sull’App Store che su Google Play. Questa applicazione consente agli utenti di prenotare uno spostamento in auto con conducente, proprio come fino a poco tempo fa avveniva unicamente con i taxi o i servizi di carpooling.

Si crea un account, basta avere un numero di telefono e una mail, aprire l’app e cliccare sul bottone: “Dove si va” per avere a disposizione gli autisti Uber nelle vicinanze della propria posizione.

Veloce, economico, multimediale. Un successo garantito, che ha portato l’azienda ad essere valutata oltre 48 miliardi di dollari nel 2017, si stima che operi 15 milioni di viaggi al giorno in tutto il mondo e che abbia circa 15.000 impiegati in totale.

I tassisti contro Uber

In Italia assistiamo a movimentazioni contro Uber, ma il problema non risale solo alle contestazioni dei tassisti avverso il DDL Concorrenza del Governo Draghi.

Il punto focale della concorrenza di Uber, giudicata ormai ovunque come sleale, si trova nel sistema di tariffazione. Una volta prenotato il servizio, il pagamento a differenza dei taxi avviene immediatamente tramite carta di credito direttamente alla società Uber, che poi provvederà a remunerare i propri autisti. E’ un punto molto importante, poichè ciò che ha consentito lo sviluppo esponenziale del servizio è proprio il fatto che il suo costo è stabilito a priori, e non può venire modificato. Se io chiamo un taxi per andare dal punto a al punto b, i tariffari espongono il costo orario, non il costo effettivo della corsa richiesta; se mi trovo un incidente, o anche solo un semaforo rosso, il costo del servizio aumenta e sono variabili che non possono essere calcolate in anticipo.

Questo è un chiaro problema, se pensiamo, ad esempio, che dalle ultime rilevazioni, con Uber Pop una corsa costa 2,50 € più 0,49 centesimi al minuto, ovvero in media circa 5€ a corsa; la tariffa di un taxista, invece, è di 0,98 centesimi al chilometro o 25,67€ l’ora. Si tratta di stime molto generiche, ma la differenza è palese. Anche il pagamento fa la differenza, dato che con Uber è molto facile e veloce, ed inoltre con Uber si può scegliere l’autista, e monitorare tutto il percorso direttamente. Se poi aggiungiamo che mentre per diventare tassisti bisogna avere almeno 21 anni, superare un esame specifico, e una licenza che costa circa 150mila euro, per diventare autisti con Uber invece basta solo avere 21 anni, possedere la semplice patente B e avere una macchina di servizio in buone condizioni, e soprattutto non si pagano i contributi, difficile non parlare di concorrenza sleale.

Accordo con i tassisti e DDL Concorrenza

A maggio di quest’anno, la società statunitense Uber ha trovato un accordo per integrare i propri servizi di noleggio di auto private con autista con quelli offerti dall’applicazione di ItTaxi, il principale consorzio italiano che permette di prenotare un taxi nelle maggiori città del paese.

L’accordo, scriveva il Post, “prevede che i taxi italiani che aderiscono al consorzio e si possono chiamare attraverso l’app ItTaxi possano essere prenotati anche tramite l’app di Uber; allo stesso tempo, i tassisti potranno accettare anche le corse richieste su Uber, oltre a quelle arrivate tramite l’app ItTaxi. Il servizio comincerà a essere operativo entro la fine di giugno a partire da Roma, e si prevede che nei mesi successivi possa estendersi agli oltre 12mila taxi che aderiscono al consorzio ItTaxi, attivi in più di 90 città italiane. L’obiettivo, secondo Uber, è raggiungere in particolare le città in cui è già attivo il servizio Uber Black, l’unico ammesso in Italia, che è quello di chi ha una licenza di noleggio con conducente (NCC): tra queste ci sono Milano, Torino, Bologna e Firenze.”

Le finalità di questo accordo erano, da una parte per il consorzio aumentare la clientela dei tassisti raggiungendo il bacino d’utenza di Uber (in Italia nel 2021 si parla di 6,7 milioni di richieste), dall’altra garantire ad Uber una commissione sull’importo di ogni corsa effettuata dai tassisti ma richiesta con la sua app.

Il DDL Concorrenza, con l’articolo 10, ha inserito il servizio taxi come se fosse compreso nella Direttiva Bolkenstein, spingendo verso una liberalizzazione che in realtà non è stata chiesta dall’Unione Europea.  La richiesta dei tassisti è l’articolo 10, che delega al governo l’adozione di un decreto per riformare il settore del trasporto pubblico non di linea, vale a dire taxi e i servizi di noleggio con conducente (ncc), venga completamente stralciato. Nel testo si fa riferimento a un «adeguamento dell’offerta di servizi alle forme di mobilità che si svolgono mediante l’uso di applicazioni web», che apre alla competizione diretta con Uber.  Nell’articolo si parla anche di «riduzione degli adempimenti amministrativi a carico degli esercenti degli autoservizi pubblici non di linea e razionalizzazione della normativa alle tariffe e ai sistemi di turnazione», e soprattutto di «promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze».

Il Consorzio ICIJ e gli Uber Files

In questo contesto sicuramente vivace, per usare un eufemismo, arriva con grande veemenza la pubblicazione degli Uber Files a cura del consorzio ICIJ.

L’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) è una rete internazionale indipendente di giornalisti investigativi e organizzazioni dei media con sede a Washington DC: al momento include oltre 600 giornalisti e 150 testate in tutto il mondo.

Lanciato nel 1997 dal Center for Public Integrity – un’organizzazione giornalistica investigativa americana senza scopo di lucro – ICIJ è stato scorporato nel febbraio 2017 in un’organizzazione completamente indipendente.

Nel corso degli anni, l’ICIJ ha pubblicato dozzine di indagini, tra cui i Panama Papers, vincitori del premio Pulitzer e i più recendi Pandora Papers, dei quali potete leggere in questo articolo , tornati recentemente alla ribalta per gli affari offshore di Zelensky.

È finanziato da donazioni e tra i suoi sostenitori ci sono fondazioni e individui privati. Maggiori informazioni sono disponibili su icij.org/about/our-supporters/

ICIJ partecipa anche all’Amazon Services LLC Associates Program, un programma pubblicitario di affiliazione progettato per fornire un mezzo per guadagnare commissioni collegandosi ad Amazon.com e ai siti affiliati.

L’ICIJ abbraccia il Donor Bill of Rights sviluppato dall’Association of Fundraising Professionals (AFP), dall’Association for Healthcare Philanthropy (AHP), dal Council for Advancement and Support of Education (CASE) e dal Giving Institute.

L’Espresso , in esclusiva per l’Italia, ha pubblicato un articolo molto esaustivo sull’affaire Uber oggetto dell’inchiesta del consorzio ICIJ, con questo cappello introduttivo: “Lavoratori sfruttati, sottopagati, spiati, licenziati senza preavviso né giustificazione. Programmi segreti per bloccare i computer aziendali durante le perquisizioni di polizia. Soldi spostati nei paradisi fiscali per non pagare le tasse, mentre nei bilanci ufficiali vengono esposte perdite miliardarie. Accordi da centinaia di milioni con gli oligarchi e i banchieri russi più vicini a Putin (nelle precedenti inchieste hanno sempre parlato di “vicinanza” ma mai è stato trovato alcun legame diretto con Putin, ndr). E una massiccia attività di lobby per reclutare politici, comprare consensi, condizionare e orientare leggi e regolamenti in tutto il mondo.”

Uber Files è il nome di questa inchiesta giornalistica che ha unito più di 180 cronisti di 44 testate internazionali. I reporter di 29 nazioni hanno analizzato per più di sei mesi, insieme, oltre 124 mila documenti interni della multinazionale, ottenuti dal quotidiano inglese The Guardian e condivisi con l’International Consortium of Investigative Journalists (Icij). Le notizie scoperte grazie a questo lavoro collettivo sono state pubblicate in simultanea, a partire dalle 18 di domenica 10 luglio, da Le Monde, Bbc, Washington Post, El Pais, Sueddeutsche Zeitung e altri mezzi d’informazione dall’India all’Argentina, dalla Finlandia al Sudafrica.

Il materiale al centro della fuga di notizie, continua L’Espresso, va dal 2013 al 2017 e comprende circa 83 mila email dei manager di Uber: quattro anni di messaggi e comunicazioni riservate che rivelano, in particolare, le pressioni su politici e amministratori pubblici di decine di nazioni, per evitare procedimenti giudiziari e piegare le norme statali agli interessi della multinazionale. Casi mai emersi prima, che chiamano in causa personalità di altissimo livello come l’attuale presidente francese Emmanuel Macron e l’ex vicepresidente della Commissione europea Neelie Kroos.

Italy – Operation Renzi

Mentre è stata già annunciata la pubblicazione dettagliata di tutti i particolari sulle operazioni italiane per la prossima domenica, emergono comunque le prime indicazioni sulla cosiddetta “Italy – Operation Renzi“.

Si tratta di una campagna di pressione organizzata da Uber, dal 2014 e il 2016, con l’obiettivo di condizionare l’allora presidente del consiglio e alcuni ministri e parlamentari del Pd. Nelle mail dei manager americani, Matteo Renzi viene definito «un entusiastico sostenitore di Uber».

La multinazionale non ha fatto uso solo di lobbisti per coinvolgere Renzi, ma si parla anche di personalità istituzionali come John Phillips, in quegli anni ambasciatore degli Stati Uniti a Roma. Ovviamente Renzi, interpellato da L’Espresso, ha dichiarato di non aver «mai seguito personalmente» le questioni dei taxi e dei trasporti, che venivano gestite «a livello ministeriale, non dal primo ministro», mentre ha confermato di aver incontrato più volte l’ambasciatore Phillips, ma non si ricorda se ha mai parlato di Uber e comunque il suo governo non ha approvato alcun provvedimento a favore del colosso californiano.

Un aggiornamento di oggi, sempre pubblicato da L’Espresso, sottolinea come Carlo De Benedetti sia stato azionista di Uber per molti anni e propagandista della multinazionale con Matteo Renzi e il suo governo, che negli stessi mesi utilizzava un super lobbista del colosso americano come stratega della campagna elettorale per il referendum costituzionale del dicembre 2016.

L’imbarazzo di Macron

Mentre in Italia fino al DDL Concorrenza a tutti gli effetti non si sono registrati dei provvedimenti a favore di Uber, in Francia la situazione è decisamente diversa e sta creando un grandissimo imbarazzo al presidente Macron.

Infatti, dall’inchiesta emergono documenti importanti che dimostrano come in Francia, che nel 2015 era attraversata da un’ondata di proteste dei taxi contro la multinazionale americana, con motivazioni molto simili alle agitazioni di oggi in Italia, ci fu un autorevole intervento politico.

A seguito dei violenti scontri, le autorità di Marsiglia all’epoca optarono per la sospensione del servizio Uber, ritenedolo  illegale la sua attività per mancanza delle licenze pubbliche richieste dalla legge francese (come da quella italiana, in attesa della prevista riforma) per tutti i tassisti e autisti privati.

Dop un giorno, il manager Mark MacGann, responsabile delle politiche aziendali di Uber in Europa, ha mandato una mail a Macron, allora ministro dell’Economia, chiedendogli apertamente di intervenire sulla prefettura.

Macron gli ha risposto alle 6.54 del mattino del 22 ottobre 2015, con questo messaggio: «Me ne occuperò personalmente. Restiamo calmi in questo momento». La sera stessa, le autorità di Marsiglia hanno modificato il provvedimento in un modo che i manager di Uber hanno festeggiato come una vittoria. A quel punto MacGann ha ringraziato personalmente Macron per la «buona cooperazione del suo ufficio»: «Grazie per il vostro supporto».

Gli Uber Files hanno mostrano altri messaggi privati e almeno quattro incontri ad oggi segreti, tra l’allora ministro Macron e i responsabili di Uber, nello stesso periodo in cui la società era sottoposta ad indagini giudiziare in Francia per sfruttamente economico e violazione delle normative sul lavoro.

In particolare, dagli Uber Files è persino emerso come il CEO della multinazionale Kalanick ha ordinato ai dirigenti francesi di vendicarsi incoraggiando i conducenti di Uber a organizzare una contro-protesta con disobbedienza civile di massa. Avvertito che così facendo rischiava di mettere i conducenti di Uber a rischio di attacchi da parte di “teppisti di estrema destra” che si erano infiltrati nelle proteste dei taxi e stavano “rovinando una rissa”, Kalanick sembrava esortare la sua squadra ad andare avanti a prescindere. “Penso che ne valga la pena”, ha detto. “La violenza garantisce il successo. E questi ragazzi devono resistere, no? D’accordo sul fatto che il luogo e il tempo giusti devono essere pensati”.

Macron ha negato alcun tipo di coinvolgimento, Uber  ha dichiarato di non aver mai beneficiato di trattamenti di favore in Francia e le autorità di Marsiglia, attraverso un portavoce, hanno smentito di aver subito pressioni da Macron.

Ma Le Monde ha affondato il colpo, concludendo sull’esistenza di un “accordo” segreto” tra Uber e Macron. Come riporta Ansa, per Mathilde Panot,  la presidente del gruppo della sinistra radicale France Insoumise in Assemblée Nationale, c’è stato un “saccheggio” della Francia, con Macron che è stato contemporaneamente “consigliere e ministro di François Hollande e lobbysta per la multinazionale statunitense che puntava a una persistente deregulation del diritto del lavoro“. Il numero 1 del Partito comunista francese, Fabien Roussel, denuncia le “agghiaccianti rivelazioni sul ruolo attivo svolto da Macron, allora ministro, per facilitare lo sviluppo di Uber in Francia”, “contro tutte le nostre regole, tutte le nostre conquiste sociali e contro i diritti dei lavoratori”. Dal versante opposto, il presidente del Rassemblement National (estrema destra di Marine Le Pen), Jordan Bardella, ha affermato che “il percorso di Emmanuel Macron ha una coerenza, un filo rosso: servire gli interessi privati, spesso stranieri, prima di quelli nazionali“.

In Francia si sta facendo strada rapidamente la costituzione di una commissione d’inchiesta, a seguito delle istanze presentate dai diversi rappresentanti delle forze politiche.

Spunta anche il nome di Joe Biden

Negli Uber Files si legge che tra il 2014 e il 2016 i manager e i lobbisti di Uber hanno avuto più di 100 incontri riservati con leader politici ed esponenti delle istituzioni di decine di nazioni, tra cui almeno 12 rappresentanti della Commissione europea. Questi «meeting» non erano mai stati rivelati prima d’ora.

Oltre 1.800 esponenti della politica sono stati schedati e indicati come obiettivi dei lobbisti della multinazionale.

I documenti mostrano che in quegli anni i massimi dirigenti della società hanno incontrato, tra gli altri, l’allora vicepresidente americano Joe Biden, il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu, il primo ministro irlandese Enda Kenny, il presidente dell’Estonia Toomas Hendrik e molti altri leader allora in carica, chiedendo a tutti di cambiare leggi o pronunciarsi a favore della multinazionale. Biden lo ha fatto pubblicamente in un discorso al vertice di Davos.

Il rapporto tra Joe Biden ed il CEO di Uber era di totale sudditanza, al punto che, come emerso dagli Uber Files, Travis Kalanick ha inviato un messaggio a un collega per suggerire che avrebbe interrotto un incontro  con l’ex vicepresidente Joe Biden colpevole di essere in ritardo per un incontro proprio prima del forum di Davos nel 2016.

All’Intercontinentale in attesa di Biden… Che è in ritardo“, ha scritto Kalanick a un collega durante il World Economic Forum del 2016 a Davos, in Svizzera, una miniera di documenti etichettati Come Uber Files.

Gli ha fatto sapere che ogni minuto di ritardo è, è un minuto in meno che avrà con me“, ha aggiunto Kalanick.

Biden in seguito è sembrato modificare il suo discorso al World Economic Forum proprio a seguito dell’incontro con Kalanick,sempre stando agli Uber Files.

Il discorso di Biden a Davos si riferiva a un CEO la cui azienda ha dato ai lavoratori “la libertà di lavorare tutte le ore che desiderano, gestire la propria vita come desiderano“. Biden era pubblicamente pro-Uber all’epoca.

Da funzionari pubblici a lobbisti per Uber

Il colosso americano del noleggio di autisti ha proceduto anche ad assumere  decine di ex politici e funzionari pubblici, diventati in seguito lobbisti. Ad esempio, Neelie Kroes, ex ministro dei trasporti nel governo olandese e vicepresidente della Commissione europea con delega alla concorrenza fino all’ottobre 2014, con competenze strategiche per Uber. Cessata la carica pubblica, le regole della Ue vietano di farsi assumere da aziende private per almeno 18 mesi, per evitare conflitti d’interesse.

Un anno dopo aver lasciato la Commissione, Kroes ha chiesto di essere autorizzata a ottenere entrare nel comitato dei consulenti di Uber con un contratto retribuito. La Commissione ha respinto la sua richiesta. Gli Uber Files ora rivelano che in quel periodo, nonostante il divieto, Neelie Kroes ha fatto pressioni su un ministro e altri esponenti del governo olandese «per obbligare le autorità di controllo e la polizia a lasciar cadere» un’indagine sulla sede europea di Uber ad Amsterdam, come si legge nelle carte. Tra aprile e maggio del 2016, appena è scaduto il termine di 18 mesi, l’ex commissaria europea si è fatta assumere nel comitato di Uber accettando, come scrive lei stessa in una mail, uno stipendio di 200 mila dollari. E a fine mese era già al lavoro per organizzare un incontro tra i vertici di Uber e un commissario europeo in carica.

Il sistema Kill Switch

Tra il 2013 e il 2017, sempre secondo L’Espresso, nei quattro anni coperti dagli Uber Files, la multinazionale americana ha lanciato un’aggressiva strategia di conquista di nuovi mercati, scontrandosi con le leggi e le autorità di controllo in diversi paesi, dall’Europa all’India, dalla Thailandia agli stessi Stati Uniti. Per affermarsi e sconfiggere la concorrenza dei taxi, ha adottato una filosofia aziendale del fatto compiuto, che viene riassunta dagli stessi top manager di Uber con frasi sconcertanti. «Siamo fottutamente illegali». «Meglio chiedere il perdono che il permesso». «Prima partiamo con l’attività, poi arriva la tempesta di m..rda delle regole e controlli».

I documenti interni di Uber descrivono anche un programma informatico segreto, chiamato in gergo «Kill switch», che interrompe i collegamenti con la rete dei computer aziendali e impedisce alle forze di polizia di acquisire i dati in caso di perquisizioni o controlli.

I dirigenti senior di Uber hanno ordinato l’uso di un “kill switch” per impedire alla polizia e alle autorità di regolamentazione di accedere a dati sensibili durante le incursioni nei suoi uffici in almeno sei paesi, rivelano i file trapelati.

Le istruzioni per impedire alle autorità di accedere ai propri sistemi IT facevano parte di una sofisticata operazione globale da parte della società della Silicon Valley per contrastare le forze dell’ordine.

I file di Uber, una cache di dati aziendali riservati trapelati al Guardian, rivelano come la società abbia distribuito il suo kill switch almeno 12 volte in Francia, Paesi Bassi, Belgio, India, Ungheria e Romania. Travis Kalanick, uno dei due fondatori di Uber, risulta aver ordinato personalmente di usare il programma ammazza-computer proprio mentre la polizia olandese stava perquisendo il quartier generale della multinazionale ad Amsterdam. «Schiacciate il kill switch al più presto possibile, l’accesso ad Amtserdam dev’essere chiuso», si legge nel documento intestato al super manager.

Mentre era noto che Uber aveva utilizzato un sistema di kill switch in alcuni paesi, tra cui Canada e Hong Kong, i file trapelati rivelano che il suo uso era più esteso di quanto precedentemente noto e mostrano come è stato eseguito con il coinvolgimento di alti dirigenti.

Le e-mail mostrano sia Travis Kalanick, ex amministratore delegato di Uber, sia Zac de Kievit, il suo ex direttore legale in Europa, che istruisce il personale IT a “uccidere” l’accesso ai sistemi informatici. Istruzioni simili sono state emesse da Pierre-Dimitri Gore-Coty, che fa ancora parte del team esecutivo di 11 persone di Uber.

Uber ha detto che il suo software “non avrebbe mai dovuto essere utilizzato per contrastare azioni normative legittime”. Un portavoce di Kalanick, che si è dimesso da amministratore delegato nel 2017, ha detto che il kill switch non è stato utilizzato per ostacolare la giustizia in nessun paese. Ha detto che Kalanick non è mai stato accusato in nessuna giurisdizione per ostruzione della giustizia o qualsiasi reato correlato.

In questo articolo di The Guardian, vengono spiegati dettagliatamente tutti i passaggi incriminati.

I nuovi vertici di Uber, attraverso un portavoce, oggi confermano che in quegli anni sono stati commessi «errori» e «passi falsi» che hanno portato a quella «clamorosa resa dei conti con le autorità americane». «Oggi Uber è una società completamente diversa», assicura il portavoce in una nota scritta: «il 90 per cento degli attuali dipendenti è stato assunto dopo l’arrivo di Dara nel 2017». Kalanick è rimasto dirigente della multinazionale fino al 2019.

L’indagine penale in Italia

In Italia negli anni passati c’è stata un’indagine penale della Guardia di Finanza e della Procura di Milano, con il pm Paolo Storari, che ha portato al commissariamento, dall’aprile 2020 al marzo 2021, di Uber Italy.

La filiale italiana della multinazionale è stata sottoposta ad amministrazione giudiziaria con l’accusa-shock di caporalato, cioè di sfruttamento criminale della manodopera attraverso un giro di intermediari.

Le vittime sono decine di immigrati molto poveri, africani e asiatici, che dal 2018 al 2020 consegnavano cibo in bicicletta, a Milano, Torino, Roma e altre città, per salari bassissimi (3 euro a consegna, per qualsiasi distanza, per un totale di 300-400 euro al mese al massimo) senza ottenere contratti, assicurazioni, misure di sicurezza e contributi sanitari e pensionistici.

Gli intermediari sono già stati condannati in tribunale, mentre una dirigente di Uber è in attesa del processo di primo grado e si proclama innocente. La multinazionale ha comunque risarcito circa cinquemila euro per ogni «rider» sfruttato e ne ha versati altri centomila alla Cgil, che userà la somma per la tutela e l’assistenza legale di tutti i dipendenti precari delle società di trasporti e consegne della cosiddetta «new economy».

La Procura di Milano ha aperto anche un’indagine “fiscale” su Uber Eats, filiale italiana del colosso americano già finita in amministrazione giudiziaria per caporalato sui rider: sarà condotta dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza che dovrà verificare “se sia configurabile una stabile organizzazione occulta

La maxi indagine ha portato a sanzioni per 733 milioni di euro. Secondo la procura 60.000 ciclo-fattorini devono essere assunti. Coinvolte nell’inchiesta, oltre ad Uber Eats, anche le principali aziende di delivery che operano in Italia

Il miracolo Uber?

Sul piano economico, a livello globale, Uber rimane un vero miracolo di Internet: i bilanci mostrano che la multinazionale ha continuato ad accumulare perdite fin dalla sua fondazione per più di dieci anni, per un passivo totale di oltre 20 miliardi di dollari, fino al pareggio raggiunto solo tra il 2021 e il 2022.

E intanto, scrive L’Espresso, ha continuato a distribuire compensi multimilionari ai propri manager e a schiere di lobbisti e consulenti.

Le carte mostrano che nel 2016 Uber programmava di spendere oltre 60 milioni di dollari solo in attività di lobby.

In tutti questi anni, nonostante i conti negativi, la multinazionale ha saputo attrarre molti nuovi investitori, anche in Italia, e far aumentare il valore delle sue azioni, per l’aspettativa di profitti futuri.

Nel maggio scorso gli azionisti di Uber hanno votato contro una proposta di rendere pubbliche le spese per le attività di lobby e consulenze politiche. E ora il nuovo vertice ha respinto le richieste dei giornalisti del consorzio di conoscere le cifre, almeno per il 2021, e i nomi dei beneficiari.

In attesa di seguire tutti i documenti di Uber Files che via via verranno pubblicati, quanto già emerso lancia delle pesanti ombre sulla legittimità dell’operato della multinazionale. La domanda è: a differenza dei Panama Papers e dei Pandora Papers, che hanno sollevato un grande polverone mediatico e nulla più, in questo caso questo lavoro di indagine giornalistica porterà ad un epilogo diverso?

Please follow and like us:
Pin Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.