La CIA attacca Trump, neanche troppo velatamente

Diciamolo chiaramente, tra Donald Trump e la CIA non è mai corso buon sangue, nonostante un rapporto mantenuto ufficialmente cortese, quanto meno durante gli anni della sua presidenza.

Non potrebbe essere altrimenti, visto che John Brennan, ex capo della CIA nominato da Obama, ha avuto un ruolo importantissimo nel confezionare la fuffa del Russiagate contro Trump, insieme all’ex direttore dell’Fbi James Comey e l’ex vicedirettore Andrew McCabeJames Clapper ex direttore dell’intelligence – oltre allo stesso ex presidente Barack Obama e Joe Biden. Tutti ad oggi presunti colpevoli, insieme ad Hillary Clinton, di aver escogitato un vero e proprio attacco alla più alta istituzione statunitense, e chissà che l’indagine di John Durham arrivi finalmente a fare luce definitiva sulla cospirazione, magari buttando un occhio alle interferenze straniere che potrebbero vedere coinvolte anche il nostro paese.

Non desta quindi scalpore la pubblicazione da parte della CIA di un documento intitolato “Trump, a unique challenge”,  nel quale vengono descritte le “sfide eccezionali” che il sistema di intelligence americano ha dovuto affrontare a seguito dell’elezione di Donald Trump.

Getting to Know the President

Nel documento di circa 40 pagine, la CIA descrive l’arrivo del Presidente Trump come una delle “sfide più grandi” mai affrontate per l’intera communità di intelligence in quasi cinque decenni, quando il presidente eletto Nixon stava entrando in carica: lo scoglio da superare sarebbe stata la necessità di dover informare costantemente una persona non avvezza  alle procedure politiche ed istituzionali.

 

L’analisi arriva in un aggiornamento non classificato di Getting to Know the President della CIA, una pubblicazione che racconta gli sforzi per informare i presidenti eletti attraverso i periodi di transizione e in carica per ogni amministrazione dal 1952, ma secondo un disclaimer è a scopo educativo e non è un prodotto ufficiale dell’agenzia o riflettente la sua posizione.

È stato pubblicato per la prima volta nel 1996 ed è un resoconto storico, risalente all’amministrazione Truman, di come la comunità di intelligence informa i presidenti appena eletti. Il suo ultimo capitolo include approfondimenti da parte degli alti funzionari dell’intelligence che hanno supervisionato i briefing pre-elettorali offerti ai candidati presidenziali nel 2016, così come i briefing durante la transizione presidenziale e la consegna del President’s Daily Brief (PDB) durante la presidenza di Trump.

L’ultima parte del libro, un resoconto di 40 pagine, dettaglia il primo briefing in assoluto del signor Trump, che ha avuto luogo nell’agosto 2016 presso la sede dell’FBI a New York City. Trump, allora ancora candidato presidenziale repubblicano, era “principalmente un ascoltatore“, dice il documento, “riflettendo il fatto che il materiale era nuovo per lui.” Al suo secondo briefing a settembre, Trump ha fatto “numerose domande“, molte delle quali “riflettevano il suo interesse per le questioni finanziarie e commerciali e per le notizie di stampa sull’interferenza della Russia nella campagna elettorale degli Stati Uniti“, dice il resoconto.

Le quaranta pagine su Trump sul sito della CIA 

Già le prime righe del rapporto sembrano, senza mezzi termini, un attacco poco velato verso Trump, proiettato a rientrare alla grande nella scena politica americana e mondiale, magari con un altro mandato presidenziale:

Informare Donald Trump come candidato presidenziale, presidente eletto, e presidente durante le sue prime settimane in carica ha presentato per la comunità dell’intelligence (IC) sfide più grandi di quelle che aveva affrontato da quando la Central Intelligence Agency (CIA) ha tentato di fornire un supporto simile al presidente eletto Richard Nixon 48 anni prima. Trump era unico tra la dozzina di presidenti che sono entrati in carica da quando il presidente Harry Truman ha iniziato il processo di briefing nel 1952, in quanto non aveva mai servito nell’esercito o in qualsiasi ramo del governo. Di conseguenza, non aveva esperienza nel maneggiare informazioni classificate o nel lavorare con programmi e operazioni militari, diplomatici o programmi e operazioni di intelligence. Trump aveva viaggiato all’estero ma, per sua stessa ammissione, non leggeva spesso. Come Nixon, egli dubitava della competenza dei professionisti dell’intelligence e non sentiva il bisogno di un regolare supporto di intelligence. Trump ha dichiarato che intendeva scuotere il ramo esecutivo, ha criticato pubblicamente i direttori uscenti dell’intelligence nazionale e della CIA, e ha denigrato il lavoro sostanziale e l’integrità delle agenzie di intelligence. Fin dall’inizio, era chiaro che l’IC si trovava in un momento difficile.

Verrebbe da dire che Trump abbia avuto tutti i suoi ottimi motivi, come i successivi quattro anni hanno ampiamente dimostrato. Il fatto di essere un outsider rispetto ad altri candidati e presidenti che sono sempre stati molto coinvolti con le attività di intelligence, lo ha reso il pericolo per l’establishment, e questo è un dato di fatto.

L’amministrazione Obama uscente è stata di grande sostegno alla CI mentre si preparava a fornire briefing ai candidati presidenziali e vice-presidenziali nel 2016. Infatti, l’amministrazione era determinata ad organizzare una transizione senza intoppi che coinvolgesse tutti i dipartimenti del governo. Il presidente Barack Obama ha detto agli ufficiali di gabinetto che ha apprezzato l’atteggiamento cooperativo e la disponibilità del suo predecessore, George W. Bush. Obama ha sottolineato che voleva fare tutto ciò che Bush aveva fatto, e di più, per facilitare la transizione al suo successore. Il 6 maggio, sei mesi prima delle elezioni, Obama ha firmato un ordine esecutivo intitolato “Facilitazione di una transizione presidenziale di successo”, che ha creato il Consiglio di coordinamento della transizione della Casa Bianca.

Sono pronta a scommettere che Obama, sei mesi prima della notte presidenziale del 2016, fosse assolutamente convinto che il suo successore sarebbe stato Hillary Clinton, pertanto quanto dichiarato dalla CIA in questo documento è del tutto fuoriviante. Prova ne è che quando Obama ha avuto certezza della vittoria inaspettata di Trump, ha contribuito attivamente alla messa in moto del Russiagate, con il quale la Clinton ha sperato di colpire Trump.

Come viene descritto dalla CIA il briefing a Trump

“Lo stile caotico e a ruota libera del 45 ° Presidente”, usando il termini scelti nel documento, e la sua riluttanza a leggere qualsiasi cosa gli venisse messa di fronte, secondo il rapporto della CIA hanno portato al briefing quotidiano presidenziale, o PDB – un aggiornamento di sicurezza cruciale che include informazioni su potenziali minacce agli Stati Uniti – che veniva consegnato più regolarmente al vicepresidente Mike Pence, piuttosto che a Trump stesso.

A metà del mandato, Trump aveva ridotto i briefing  a due sessioni settimanali di 45 minuti ciascuna. I briefing sono stati interrotti del tutto dopo l’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio, dimostrando la rottura definitiva dei rapporti tra il Presidente e la comunità di intelligence.

L’autore del rapporto della CIA, l’ufficiale dell’intelligence in pensione John L Helgerson, ha detto che i briefer hanno ottenuto “solo un successo limitato” nella loro missione di fornire informazioni tempestive e pertinenti a Trump e di stabilire un rapporto di lavoro con lui.

Pence, al contrario, “era un lettore assiduo, sei giorni su sette” che ha fatto sforzi per cercare di mantenere Trump concentrato. Il vice-presidente ha esortato i briefer a “sporgersi in avanti sulle mappein presentazioni grafiche molto più brevi di quelle presentate ai predecessori di Trump, e “a volte avrebbe fatto domande guida” durante le sessioni congiunte con Trump “così il presidente avrebbe sentito le sue preoccupazioni“.

Gli sforzi di Pence sono stati in gran parte fallimentari, suggerisce Helgerson. James Clapper, un ex direttore dell’intelligence nazionale, ha detto che Trump “era incline a prendere la tangente“, secondo il rapporto della CIA, e ha detto che “ci potrebbero essere [solo] otto o nove minuti di vera intelligence in un’ora di discussione“.

Inoltre, Clapper ha detto che mentre “l’IC lavorava con le prove, Trump ‘era privo di fatti – le prove non lo toccano‘”.

Helgerson scrive: “Trump preferiva che il briefer prendesse l’iniziativa e riassumesse i punti chiave e gli elementi importanti dei giorni successivi all’ultima sessione. Il PDB veniva pubblicato ogni giorno, ma poiché Trump riceveva un briefing solo due o tre volte a settimana, si affidava al briefer per riassumere oralmente il significato delle questioni più importanti.

I briefing durante la transizione sono stati guidati da un gruppo di 14 funzionari dell’intelligence scelti a mano da Ted Gistaro, un analista veterano della CIA. Provenivano dalla CIA, dall’FBI, dal Dipartimento di Stato e da altre agenzie, ed erano “il gruppo di esperti più grande e più diversificato dal punto di vista organizzativo mai schierato per i briefing di transizione“, secondo il documento.

Nel complesso, i briefing a Trump sono iniziati con un ritardo, perché la sua squadra “non era pienamente preparata a lanciare le operazioni di transizione, apparentemente non avendo previsto di vincere le elezioni“, scrive Helgerson.

Il dossier Steele ed i rapporti di Trump con l’intelligence 

La relazione già tesa di Trump con la comunità dell’intelligence ha preso una svolta peggiorativa dopo essere stato informato sui contenuti di un dossier – le cui affermazioni sono state poi completamente screditate, ma ciò nonostante hanno condotto all’impeachment del Presidente – che è stato redatto dall’ex ufficiale dei servizi segreti britannici Christopher Steele.

Nonostante gli sforzi di Clapper per spiegare che la comunità di intelligence non si fosse basata sul dossier per arrivare alle sue valutazioni sull’interferenza della Russia nelle elezioni del 2016, Trump è rimasto poco convinto e amareggiato.

Gistaro ha ricordato che quando si sono incontrati per la successiva sessione di briefing del PDB, Trump “si è sfogato per 10 minuti su come noi [l’IC] cercavamo di distruggerlo“. Gistaro non credeva che Trump avesse mai accettato le successive smentite dell’IC sulla responsabilità del dossier”, scrive Helgerson.

Tuttavia, Clapper ha anche detto che Trump a volte si è complimentato con la comunità di intelligence, lodando ed esprimendo gratitudine per il lavoro dei suoi informatori. Il libro sottolinea che apprezzava particolarmente il materiale della CIA sui leader stranieri con cui trattava nelle prime settimane del suo mandato.

Nel complesso, Helgerson scrive che dietro le quinte, le interazioni di Trump con i funzionari dell’intelligence erano più amichevoli di quanto fosse evidente su Twitter, dove il presidente ha spesso espresso la frustrazione con quello che ha chiamato uno “Stato profondo” che cerca di minare la sua presidenza.

Anche durante i momenti in cui il presidente Trump ha espresso pubblicamente grande irritazione con l’IC, in particolare nel 2019, quando un dipendente [della comunità dell’intelligence] ha presentato una denuncia di un whistle-blower riguardante gli sforzi del presidente per far indagare l’Ucraina su un avversario politico, Joe Biden, i briefing sono continuati come al solito e il comportamento di Trump durante le sessioni è rimasto lo stesso“, nota Helgerson.

Trump aveva il suo modo di ricevere informazioni di intelligence – e un modo unico e rude di trattare pubblicamente con l’IC – ma era un sistema in cui digeriva i punti chiave offerti dai briefer, faceva domande, si impegnava nella discussione, rendeva noti i suoi interessi prioritari, e usava le informazioni come base per le discussioni con i suoi consulenti politici“, osserva Helgerson, aggiungendo: “Il sistema funzionava, ma faticava“.

La CIA scredita Trump per nascondere la propria politicizzazione

Dalla lettura del documento emerge il tentativo della CIA di screditare l’atteggiamento di Trump, descrivendolo in modo estremamente critico.

La IC sta vivendo un periodo di grandi problemi, interni e non, dovuti alla sempre più calante fiducia dei cittadini nei confronti del loro operato.

La scelta di descrivere il Presidente più amato della storia recente degli Stati Uniti come impreparato, capriccioso, inconcludente, non sembra certo felice ed è ben lontana dalla necessità di dover riacquistare credito nei confronti della popolazione.

Emerge con grande forza l’idea che la CIA e tutta la comunità di intelligence abbiano cercato di contrastare un Presidente a loro non congeniale, a prescindere dal suo effettivo operato nei confronti del proprio Paese.

L’anno scorso, il mediatore analitico di carriera dell’IC ha trovato che gli analisti “sembravano riluttanti a presentare le loro analisi sulla Cina perché non erano  d’accordo con le politiche dell’amministrazione [Trump], rifiutandosi di dare un appoggio con le loro informazioni ad un sostegno di  quelle politiche“, è il commento di Cliff Sims, CEO di Telegraph Creative, ex vice DNI per la strategia e le comunicazioni.

La lettera di Ratcliffe

John Ratcliffe aveva in effetti descritto accuratamente i problemi di politicizzazione dell’IC, in una breve lettera di gennaio 2021, nella quale ha accusato gli analisti di non aver rilevato la piena portata dell’influenza del governo cinese sulle elezioni:

Ratcliffe ha citato il rapporto di 14 pagine di Zulauf, che riportava come  gli analisti della Cina, “tendevano a non essere d’accordo con le politiche dell’amministrazione”, hanno minimizzato i giudizi e “sono apparsi riluttanti a far avanzare la loro analisi”.

Nella sua lettera, Ratcliffe ha citato la descrizione di Zulauf di “pressioni indebite esercitate sugli analisti che hanno offerto una visione alternativa” sul ruolo della Cina nell’influenzare le elezioni, una conclusione “basata sull’intelligence“.

E, ha aggiunto Ratcliffe, il difensore civico ha scoperto che “la gestione della CIA” ha fatto pressione sugli analisti per ritirare il loro sostegno al punto di vista opposto “nel tentativo di cancellarlo“.

Perchè ora?

Molti ex funzionari sono diventati commentatori televisivi, vedi Brennan, influenzando di fatto le tendenze elettorali, e molti altri hanno cercato di minimizzare notizie allarmanti come quelle che riguardano il laptop di Hunter Biden.

Mentre l’indagine di Durham è entrata nei suoi momenti cruciali, mentre l’indice di gradimento di Joe Biden continua a crollare vertiginosamente, una pubblicazione impostata in questo modo sembra essere davvero propedeutica a cercare di sminuire la figura di Trump, sempre più rimpianto in America.

Se arriva ora questo attacco, è possibile che il ritorno del biondo sia più prossimo che mai?

Qui potete leggere tutto il documento di 40 pagine (in inglese)

Chapter 9 Getting to Know the President Fourth Edition by Rossella Fidanza on Scribd

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