Secondo The Lancet stigmatizzare i non vaccinati non è giustificato

The Lancet è un settimanale internazionale indipendente di medicina generale fondato nel 1823 da Thomas Wakley. Fin dal suo primo numero (5 ottobre 1823), la rivista si è sforzata di rendere la scienza ampiamente disponibile in modo che la medicina possa servire e trasformare la società e avere un impatto positivo sulla vita delle persone.

La rivista è pubblicata dal Lancet Publishing Group, edita da Elsevier; il suo nome ha un chiaro riferimento al contesto medico: in inglese the lancet è il bisturi, ma rappresenta anche una metafora che rappresenta l’analisi scientifica in medicina.

The Lancet è considerata tra le prime cinque riviste mediche internazionali, insieme a New England Journal of Medicine, Journal of the American Medical Association, British Medical Journal e Canadian Medical Association Journal.

Stiamo quindi parlando di una rivista di estremo prestigio, che rappresenta un cardine nel mondo scientifico.

Lo studio su idrossiclorochina e clorochina

Il 22 maggio 2020 The Lancet pubblica uno studio sull’impiego dell’idrossiclorochina e della clorochina come trattamenti per il Covid-19, firmato da Mandeep Mehra, Sapan Desai, Frank Rutschitzka e Amit Patel.

Secondo la pubblicazione, l’idrossiclorochina e la clorochina, i farmaci antimalarici che si stavano sperimentando all’epoca contro l’infezione da Covid-19, saliti alla ribalta perchè citati ed usati dal Presidente Trump per curarsi dall’infezione, sembravano essere collegati ad un maggior rischio di morte tra i pazienti ricoverati in ospedale per il Covid e problemi al cuore, mentre non sembravano produrre benefici sui pazienti, sia presi da soli che insieme ad un antibiotico.

Lo studio aveva analizzato i dati (raccolti da 671 ospedali nel mondo) di 15.000 persone trattate con gli antimalarici e con uno dei due antibiotici che a volte gli sono stati abbinati. La terapia in qualsiasi combinazione dei 4 farmaci era in un primo tempo risultata associata a maggior rischio di morte rispetto a quello osservato in 81.000 pazienti a cui questi farmaci non erano stati somministrati. Il maggior rischio è stato osservato nel gruppo trattato con idrossiclorochina e un antibiotico, dove l′8% dei pazienti ha sviluppato aritmia cardiaca, rispetto allo 0,3% del gruppo di controllo.

Nello stesso periodo era stato pubblicato altro studio dal New England Journal of Medicine (NEJM): nello “studio osservazionale che ha coinvolto pazienti con Covid-19 che erano stati ricoverati in ospedale, la somministrazione di idrossiclorochina non è stata associata a un rischio notevolmente ridotto o aumentato dell’endpoint che comprende intubazione o morte.”  Precisava la pubblicazione che erano necessari studi randomizzati e controllati sull’idrossiclorochina in pazienti con Covid-19 non ospedalizzati o con sintomi iniziali.

Le reazioni alla pubblicazione dello studio sull’idrossiclorochina

E’ ormai indubbio che i due studi citati hanno avuto non poche ripercussioni  nella ricerca di nuovi trattamenti contro la malattia causata dal coronavirus.

Come immediata reazione, l’OMS provvedeva a sospendere i trials su Clorochina e Idrossiclorochina, poichè lo studio di The Lancet avrebbe evidenziato rischi troppo alti per i pazienti.

Le preoccupazioni riguardano la clorochina e l’idrossiclorochina per il covid-19, mentre restano in generale sicure contro la malaria e malattie autoimmuni”, aveva detto il direttore generale dell’OMS.

A quel punto, oltre 120 ricercatori, dalle università di tutto il mondo da Oxford ad Harvard, hanno messo in discussione lo studio della rivista scientifica The Lancet sull’uso dell’idrossiclorochina.

Gli accademici hanno indirizzato una lettera aperta al direttore di Lancet, chiedendo spiegazioni in merito alla tesi del legame tra farmaco e complicazioni cardiache: secondo la pubblicazione i pazienti Covid-19 trattati con idrossiclorochina andrebbero incontro a tassi di mortalità più elevati per complicazioni cardiache dovute al farmaco.

Come riprendeva Affari Italiani,  la comunità scientifica aveva stilato dieci differenti critiche, tra cui le preoccupazioni sull’analisi statistica e sull’integrità dei dati, che presentano dichiarati errori. 
In secondo luogo, furono sollevate perplessità anche sulle dosi medie giornaliere di idrossiclorochina somministrate, sui dati provenienti dall’Africa giudicati improbabili e sull’impossibilità di verificare tali dati poichè detenuti dalla  società statunitense Surgisphere che si trincerava dietro un laconico: “I nostri accordi di condivisione dei dati con i vari governi, paesi e ospedali non ci permettono purtroppo di condividerli”
Ancora, gli scienziati sottolinearono il mancato rispetto delle pratiche standard del trattamento dei dati statistici (“gli autori non hanno rilasciato il loro codice o i dati”), l’opacità dell’origine dei dati contenuti nel database utilizzato per lo studio (“Non sono stati menzionati i paesi o gli ospedali che hanno contribuito alla costruzione del database e non è stato fatto nessun riconoscimento al loro contribuito”), la divergenza tra alcuni dati riportati nello studio e quelli raccolti da altri istituti di ricerca, come la John Hopkins University.

Data l’enorme importanza e l’influenza di questi risultati, gli accademici ritenevano doveroso che la  società Surgisphere fornisse  adeguati dettagli sulla provenienza dei dati, che l’OMS eseguisse una convalida indipendente dello studio e che sia autorizzato un libero accesso a tutti gli accordi di condividisione dei dati.

Chiudeva la lettera con una richiesta formale: “Nell’interesse della trasparenza, chiediamo a The Lancet di rendere disponibili le valutazioni (peer review) che hanno portato all’accettazione di questo manoscritto per la pubblicazione”.

The Lancet ritira lo studio

A seguito di tutte le contestazioni che si sollevarono sostanzialmente unanimi dal mondo scientifico, l’autore principale della ricerca, il professor Mandeep Mehra, dell’ospedale Brigham and Women di Boston, nel Massachusetts, aveva chiesto di ritirare la pubblicazione da Lancet dopo aver appurato di non essere in grado di garantire l’accuratezza dei dati.

Gli autori indipendenti dello studio avevano chiesto a una società di revisione indipendente di esaminare il database fornito da Surgisphere per verificare che avesse i dati di oltre 96.000 pazienti Covid-19 in 671 ospedali in tutto il mondo, che fosse stato ottenuto correttamente e che fosse accurato.

Surgisphere si rifiutò di collaborare con la società indipendente nel processo di revisione del database, e di conseguenza Mehra decise di ritirare lo studio: «I nostri revisori indipendenti ci hanno informato che Surgisphere non avrebbe trasferito il set di dati completo, i contratti dei clienti e l’intero rapporto di audit ISO sui loro server per l’analisi poiché tale trasferimento avrebbe violato gli accordi con i clienti e i requisiti di riservatezza. Pertanto, i nostri revisori non sono stati in grado di condurre una revisione tra pari indipendente e privata e pertanto ci hanno notificato il loro ritiro dal processo di revisione tra pari», ha spiegato il professore.

Per certo, ebbe un peso notevole l’attenzione data al caso da The Guardian, che aveva fatto partire una propria indagine sull’incongruenza dei dati e sulla dubbia interpretazione dei medesimi.

Sta di fatto che lo studio viene ritirato, e l’OMS dichiara di aver ripreso i trials sull’idrossiclorochina:

Secondo diversi esperti, la vicenda ha dimostrato come la ricerca di soluzioni per la pandemia abbia portato a una certa frenesia in ambito scientifico e clinico, con la pubblicazione di decine di nuove ricerche ogni giorno e poco tempo per verificarne l’affidabilità anche da parte delle riviste scientifiche più rispettate.

Anche lo studio del NEJM è stato ritirato ed era basato sui dati di Surgisphere: gli autori della ricerca avevano pubblicato una nota sulla rivista dicendo di non avere avuto accesso ai dati grezzi forniti dall’azienda, e di non essere quindi in grado di avere ulteriori conferme sulla loro qualità. Il dettaglio paradossale è che oltre a Mehra tra gli autori dello studio c’è anche Desai (il capo di Surgisphere), che sembrava non aver avuto accesso alle informazioni trattate dalla sua stessa azienda.

Lo studio sui non vaccinati

Questo incidente di percorso è stato strumentalizzato per cercare di confutare i paper pubblicati da The Lancet, in special modo, neanche a dirsi, quelli che dissacrano la narrativa ufficiale che definisce il covid-19 quale malattia mortale.

In particolar modo, in questo periodo stiamo assistendo alla veemenza quotidiana da parte dei media, supportati da esperti mediatici discutibili quanto meno per il loro evidente conflitto di interessi, contro coloro che, me compresa, applicano il proprio indiscutibile diritto di libera scelta e rifiutano il “siero miracoloso”.

Mentre infatti i dati smentiscono questa persistente esposizione, al punto che ovunque responsabili di governo ed il loro braccio armato mediatico sostengono che ci troviamo di fronte ad “un’epidemia di non vaccinati“, stanotte The Lancet esce con una pubblicazione che smentisce completamente il narrato, e titola con un perentorio: “Covid-19, stigmatizzare i non vaccinati non è giustificato” (fonte)

Negli Stati Uniti e in Germania, funzionari di alto livello hanno usato il termine pandemia dei non vaccinati, suggerendo che le persone che sono state vaccinate non sono rilevanti nell’epidemiologia del COVID-19. L’uso di questa frase da parte dei funzionari potrebbe aver incoraggiato uno scienziato a sostenere che “i non vaccinati minacciano i vaccinati per il COVID-19”. Ma questa visione è troppo semplice.

Cosa dice lo studio 

Vi è una crescente evidenza che gli individui vaccinati continuano ad avere un ruolo rilevante nella trasmissione.

In Massachusetts, negli Stati Uniti, un totale di 469 nuovi casi di COVID-19 sono stati rilevati durante vari eventi nel luglio 2021 e 346 (74%) di questi casi erano in persone che erano completamente o parzialmente vaccinate, 274 (79%) delle quali erano sintomatiche.

I valori soglia del ciclo erano altrettanto bassi tra le persone che erano completamente vaccinate (mediana 22·8) e le persone che non erano vaccinate, non completamente vaccinate, o il cui stato di vaccinazione era sconosciuto (mediana 21·5), indicando un’alta carica virale anche tra le persone che erano completamente vaccinate. (fonte)

Negli Stati Uniti, un totale di 10 262 casi di COVID-19 sono stati segnalati in persone vaccinate entro il 30 aprile 2021, di cui 2725 (26,6%) erano asintomatici, 995 (9,7%) sono stati ricoverati in ospedale e 160 (1,6%) sono morti. (fonte)

In Germania, il 55,4% dei casi sintomatici di COVID-19 in pazienti di età pari o superiore a 60 anni erano in individui completamente vaccinati, (fonte) e questa proporzione aumenta ogni settimana. A Münster, in Germania, nuovi casi di COVID-19 si sono verificati in almeno 85 (22%) delle 380 persone che erano completamente vaccinate o che erano guarite da COVID-19 e che frequentavano una discoteca (fonte)

Le persone vaccinate hanno un minor rischio di malattie gravi, ma sono ancora una parte rilevante della pandemia.

È quindi sbagliato e pericoloso parlare di pandemia dei non vaccinati.

Storicamente, sia gli Stati Uniti che la Germania hanno generato esperienze negative stigmatizzando parti della popolazione per il colore della pelle o la religione.

Invito i funzionari e gli scienziati di alto livello a porre fine alla stigmatizzazione inappropriata delle persone non vaccinate, che includono i nostri pazienti, colleghi e altri concittadini, e a compiere sforzi supplementari per riunire la società.

Che dire

In questo caso, a differenza di quanto accaduto con lo studio sull’idrossiclorochina, i dati sono esposti e decisamente inconfutabili.

Lo stesso bollettino ISS di ultima uscita dimostra chiaramente che i dati vanno in quella direzione: i vaccinati non sono immuni, al contrario, una percentuale molto consistente contrae il virus e finisce ospedalizzata.

Se vivessimo in un mondo ideale, coloro che quotidianamente entrano nelle nostre case sfruttando l’esposizione mediatica, avrebbero coscienza delle proprie parole e delle proprie azioni, e si comporterebbero con correttezza, evitando di istigare differenze diffondendo loro la vera disinformazione.

Purtroppo quanto sopra rappresenta una realtà al momento aleatoria, con la quale però non è necessario convivere: abbiamo la capacità per dire basta a queste manipolazioni, è sufficiente crederci ed usarla.

Con la speranza, probabilmente vana, che i soliti moschettieri del sistema non arrivino a denigrare The Lancet, basandosi sull’episodio accaduto nel 2020. Chissà, forse sarà per loro più conveniente occultare il tutto, esattamente come è successo con l’articolo del British Medical Journal su Pfizer.

Del resto, non c’è fretta, la FDA ha chiesto ed ottenuto 55 anni per rilasciare completamente i dati in suo possesso sull’autorizzazione del vaccino anti Covid della Pfizer: molti di quei “moschettieri” non ci saranno più, spero che non riescano ad evitare le loro responsabilità.

 

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Referenze dello studio:

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